Alice in Chains

Voce unica quella di Layne Staley, composizioni fantastiche di Jerry Cantrell..GLi Alice in Chains nascono nel 1987 sulla scena grunge di Seattle. Se in quel periodo i Nirvana si muovono su coordinate vicine al punk più metallico, se i Soundgarden viaggiano tra i Black Sabbath e i Led Zeppelin, se i Mudhoney provengono direttamente dall’hardcore, gli Alice In Chains iniziano a creare una forma più legata a certi canoni del metal mainstream, esasperandone i lati più claustrofobici, spesso rallentando il beat, e inasprendola con toni cupissimi, che si rifanno a una certa tradizione dark. Il gruppo modella via via il proprio suono attorno alle doti vocali di mr. Staley, ugola dal timbro più unico che raro e in grado di stupire pur senza avere una estensione fuori dal comune né una tecnica particolarmente curata.

Nel 1990 avviene l’esordio con l’LP Facelift… con la sincopata ed epica “Man In The Box” (per persone troppo sensibili e incapaci di adattarsi al mondo:”I’m a man in the box/ buried in my pit/ won’t you come and save me?”); con la lunga, onirica, pesantissima “Love, Hate, Love”, nella quale, su un tempo davvero prossimo alla stasi, un sinistro arpeggio e un cantato funereo raccontano parole di sconsolazione, solitudine e ira, per esplodere nel finale in un urlo che anziché essere liberatorio implode su sé stesso, lasciando un senso di angoscia mortale. Nel 1992 esce il capolavoro Dirt!!! Dirt si apre così, afferrando l’ascoltatore per la gola e scaraventandolo in un abisso di decadente, morbosa metallicità, di inaudita violenza psicologica e sonora, si apre con un inno sofferente e sconvolto che si chiama “Them Bones”. E’ “Down In A Hole”, ballata apocalittica dove l’intreccio tra le due voci di Cantrell e Staley raggiunge l’apice del pathos: “Bury me softly in this womb” è la preghiera iniziale, “I’ve eaten the sun and my tongue has been burnt of the taste” è l’ammissione di colpa di un uomo desolato davanti al proprio destino. Cinque minuti di melodie dolcissime e muri di chitarre: un capolavoro. Il disco potrebbe chiudersi qui, ma in coda gli Alice hanno voluto mettere un brano di composizione anteriore a quella di tutti gli altri, già noto al pubblico perché usato nella colonna sonora del film “Singles” di Crowe uscito l’anno precedente, e dal sicuro impatto melodico; “Would?” è la chiosa al disfacimento precendente, la definitiva dichiarazione di resa anche laddove ci fosse volontà di riscatto, perché la solitudine impedisce la guarigione (“If I would, could you?”).

NEl 1994 esce Jar Of Flies ed è, forse, il miglior disco del quartetto, anche se lontano anni luce dalla dimensione più congeniale al gruppo, quella del muro di chitarre distorte. Sette tracce molte delle quali di ineguagliata brillantezza, dal blues malato dell’opener “Rotten Apple”, bellissima nel suo indolente incedere onirico, all’intimismo acustico del capolavoro “Nutshell” (quattro minuti di pura poesia musicale, un giro in tre battute composto unicamente di due accordi – mi minore e do, un assolo memorabile nel finale, e un testo da brividi: “My gift of self is praved/ My privacy is raped/ And yet I find repeating in my head/ if I can’t be my own I’d feel better dead”), dall’epica e fiabesca “I Stay Away”, vagamente reminiscente di certe sonorità prog, al perfetto pop decadente di “No Excuses”, dalla malinconia country sfociante nel gospel di “Don’t Follow” alla divertita “Swing On This” (unico episodio forse inutile del lavoro), con in più un ricamo strumentale (“Whale & Wasp”) in cui le chitarre di Cantrell sembrano dipingere un tramonto. Il marchio di fabbrica è sempre di più la tecnica di “sedimentazione” di più incisioni vocali, a volte divise tra Staley e Cantrell (“No Excuses”), sempre più spesso opera del solo Layne, che sovraincide su intervalli sovente inusuali tre-quattro tracce di canto, rendendo inconfondibile il sound d’insieme. In questo modo è molto più difficile far valere le proprie doti intepretative (che comunque sono evidenti nei brani meno elaborati in tal senso, come “Nutshell” o il finale di “Don’t Follow”), ma l’effetto di alienazione e stordimento è estremizzato alle massime conseguenze, e su brani costruiti su armonie e arrangiamenti abbastanza convenzionali il risultato è quantomeno inusuale. Le voci sovraincise di Staley sono le voci di tre, cento, mille uomini tutti uguali e arresisi alle proprie paure, un gospel di fine millennio; è un disperato canto di schiavi moderni.

Quando i problemi di tossicodipendenza del cantante sembrano farsi sempre più seri e lo scioglimento diventa un’ipotesi plausibile esce, nel 1995, Alice in Chains. E’ un disco claustrofobico, sperimentale (nella scrittura più che nei suoni, vicini invece al classico muro chitarristico del gruppo ma in generale con minor impatto rispetto a Dirt, soprattutto nel missaggio dei suoni di batteria), se possibile ancora più cupo del predecessore. Viene abbandonato qualsiasi rimasuglio di riferimenti al blues, e si avvicinano invece influenze “post”, anche se è sempre l’hard-rock a farla da padrone. Se musicalmente l’album è leggermente inferiore alle attese, pur non mancando alcuni brani di ottimo livello (l’opener “Grind”, ancora una volta giocata sui toni epici cari al gruppo; la ballata elettrica “Shame In You”, forte di un emozionante giro melodico e di piacevoli invenzioni chitarristiche di Cantrell; “Sludge Factory”, granitica e subito classica; la lunga “Frogs”, con una interminabile, caracollante coda psichedelica, il singolo “Again” e la sbilenca “God Am”), e se a livello vocale l’interpretazione di Staley non può più dirsi all’altezza del passato (l’affaticamento è evidente, ed è solo parzialmente mascherato dal solito mare di sovraincisioni vocali – invero ancora molto suggestive, stranianti e particolari, ma sempre più un palliativo per sopperire alle difficoltà di reggere melodie impegnative), sono i testi questa volta a brillare di luce propria: la maturazione compositiva di Staley è completa e lo rende capace di versi in cui, senza abbandonare rime e metrica, concetti e vocaboli raggiungono profondità notevolissime, tra sconsolate imprecazioni (“Dear god, how have you been, then? I’m not fine, fuck pretending/ all of this death you’re sending/ best throw some free heart mending/ Invite you in my heart, then/ when done, my sins forgiven?/ This god of mine relaxes/ world dies I still pay taxes” – “God Am”) e riflessioni amare sulla propria solitudine (“What does friend mean to you?/ a word so wrongfully abused/ are you like me, confused? All included but you alone” – “Frogs”). Cerca poi di farsi largo anche Jerry Cantrell, che canta interamente un pezzo (l’inutile “Heaven Beside You”) e regge le parti vocali principali di altri due (“Grind” e la conclusive “Over Now”); la differenza di carisma è però impietosa con il chitarrista, e prova ne saranno i suoi due lavori solisti usciti qualche anno dopo, che nonostante alcune buoni intuizioni musicali – seppur debitrici di un sound d’insieme ormai piuttosto datato – mostreranno la corda proprio sulle interpretazioni vocali, rendendo i due album pressoché inutili.

Dopo sei anni di voci sul suo stato di salute, Layne Staley viene trovato morto per overdose nella sua casa di Seattle il 19 aprile 2002. Vegetava da mesi in completa solitudine. Il suo corpo viene scoperto a circa venti giorni dal decesso. Un’uscita di scena triste e misera, lontana dalla platealità dell’ultimo disperato gesto dell’altra (e più conosciuta) icona di Seattle, conclusione amaramente già scritta di una vita disperata e (troppo) sincera.

Se da sempre sono ritenuti inimmaginabili i Pearl Jam senza la presenza istrionica di Eddie Vedder, o i Soundgarden senza la voce di Chris Cornell, gli Alice In Chains dimostrano oggi di poter degnamente sopravvivere anche privi dell’icona luciferina Layne Staley, grazie al privilegio di poter schierare nella propria formazione un altro fuoriclasse del calibro di Jerry Cantrell, il principale compositore del gruppo, oltre che abile cantante e chitarrista.
La band torna così in scena a 14 anni dall’ultimo lavoro in studio. Riprendendo il proprio percorso esattamente dove era stato interrotto, con gli stessi sapori e umori, come se il tempo si fosse fermato. E lo prosegue egregiamente, con la conferma alla sezione ritmica di Sean Kinney (batteria) e Mike Inez (basso), e con l’impalpabile new entry di William DuWall.
Black Gives Way To Blue (2009) è un nuovo inizio sul quale già dalle prime note dell’iniziale “All Secrets Known” aleggia lo spirito di Layne Staley, tanto da sembrare lui a cantarne l’incipit.

Fonte: OndaRock

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