The Eels

Attimi. Richiami. Istinto. Da bambini corriamo, in modo atavico, verso quello che più ci attrae. E così un giorno ‘E’ corre verso una batteria giocattolo in un garage sale. E nel 1996 è pronto il primo album degli Eels per fare il suo ingresso nei negozi di dischi. Il titolo è Beautiful Freak e in copertina c’è una bambina carponi dai lunghi capelli neri e dagli occhi così follemente grandi da occuparle quasi tutto il viso: un mostro, certo, ma di una tenerezza cui è impossibile resistere. Album celebrazione dell’essere mostri, dell’essere mostri disadattati ma capaci di continuare a sorridere nonostante si sentano fuori posto . Come non ritrovarmi in questo album? La voce di E, roca e polverosa come quella di un vecchio bluesman  reincarnatosi nel bel mezzo della “X Generation”, decreta che la vita è dura e che c’è bisogno di qualcosa per non morire: novocaina per l’anima, qualcosa per anestetizzare la vertigine di quei desideri che si spalancano come un pozzo senza fondo. Rispetto ai dischi solisti di E, in Beautiful Freak è soprattutto l’eclettica schiettezza degli arrangiamenti a stupire. Le chitarre di “Rags To Rags”, “Not Ready Yet” e “Mental” suonano piene e sferzanti come quelle dei Flaming Lips o dei Pavement, ma hanno ben poco a che vedere con la spigolosità del grunge imperante. I groove rotondi del basso e il drumming  dall’incedere indolente di brani come “Your Lucky Day In Hell” fanno pensare più alla giocosità pop dei Cake che non all’intellettualismo dei post-rocker emergenti, mentre il ricorso a un’elettronica dal sapore vintage è sempre filtrato da una sensibilità distante anni luce dalla club culture. E anche quando l’atmosfera si ammanta di una dolcezza da ninnananna, come nella title track o nel congedo di “Manchild”, non manca mai la voglia di sorprendere. Quando ti trovi a dover fare i conti con la morte delle persone che ami, le chiacchiere non servono a nulla: quello che conta è soltanto l’esperienza. Le nuove canzoni di E, destinate a comporre i tasselli del capolavoro degli Eels, Electro-Shock Blues, non sono riflessioni astratte sul significato della morte: sono tracce di esperienza di un uomo di fronte alla drammaticità dell’esistenza. Un uomo che solo la catarsi della musica riesce a salvare dal baratro.  “Svegliarsi è più difficile quando vuoi morire”! In Daisies Of The Galaxy spicca subito la sostanziale omogeneità di atmosfera, che alterna ballate acustiche dolcemente orchestrali a incalzanti giri di basso, come quelli di “Flyswatter”, “The Sound Of Fear” e “Mr. E’s Beautiful Blues”. Le volute degli archi, arrangiati da Jim Lang, conferiscono alle composizioni degli Eels un’eleganza cantautorale che rimanda direttamente allo stile raffinato e pungente di Randy Newman: “Siamo entrambi persone a cui piace rovinare belle canzoni mettendoci un verso che impedirebbe a Céline Dion di farne una cover”, scherza E in proposito.  Siamo nell’estate del 2003. Il titolo, come di consueto, è all’altezza dello spirito beffardo di E: Shootenanny! è infatti un delirante neologismo che, prendendo spunto dal termine “hootenanny” (con cui i folksinger  degli anni Sessanta amavano definire i loro raduni), vorrebbe indicare, stando alle parole di E, “a social gathering at which participants engage in folk singing and sometimes dancing, but mostly the shooting of guns”… Per chi ha conosciuto gli Eels come fautori di una musica fatta di malinconia acustica e di sample arguti, l’impatto di Souljacker  è straniante: fin dalle prime note del disco, infatti, a dominare la scena è il suono distorto di chitarre elettriche abrasive e squadrate, che culminano negli spigoli del singolo “Souljacker Part I”, accompagnato da un video girato da Wim Wenders in un vecchio carcere abbandonato di Berlino Est. Esce una vera e propria enciclopedia eelsiana: i due cd di Blinking Lights And Other Revelations. Ci sono i classici accordi di chitarra acustica, fatti apposta per accarezzare la ruvida voce di Mr. E nei suoi più intimi sussurri. Ci sono le inconfondibili giostre indie-pop di cui gli Eels sono sempre stati maestri, piene di voci filtrate, tastiere allegramente vintage, rintocchi di batteria e giocattoli elettronici, con persino una escursione dalle parti di Beautiful Freak  in “Sweet Li’l Thing”. E ci sono le ballate pianistiche alla Randy Newman, il cui campionario è stavolta migliore che mai, dalla vecchia “Suicide Life” a “The Stars Shine In The Sky Tonight”. Quella alla base di Blinking Lights And Other Revelations  è un’intuizione semplice e perfetta: la vita funziona proprio come le luci intermittenti del titolo, è fatta di un incessante alternarsi di momenti in cui ogni cosa sembra svelare il suo significato e di momenti in cui tutto sembra ripiombare nell’oscurità. L’unica cosa che conta è rimanere attaccati a quegli istanti di rivelazione, lasciando che diventino la strada da seguire. Non bastano i sogni, a sostenere la vita. Il guaio con i sogni, ammoniscono gli Eels in “Trouble With Dreams”, è che non si realizzano, e quando si avverano ormai non possono più raggiungerti. Piuttosto, è l’aspirazione a un luogo a cui appartenere che può riaprire il cuore alla realtà: un luogo dove lasciare che l’acqua lavi ogni menzogna, come canta E nella fluttuante e soffusa “In The Yard, Behind The Church”. Allora la vita ritrova la sua verità e puoi dire finalmente, come in “Hey Man (Now You’re Really Living)”, di “stare davvero vivendo”, sia quando ti ritrovi disteso sul pavimento a gridare fino a quando non ce la fai più, sia quando sei innamorato di una ragazza che ti fa sentire come se il mondo non fosse cattivo. Solo così il destino può diventare una strada da percorrere, e non più una maledizione incombente: “It’s not where you’re coming from, it’s where you’re going to / And I just wanna go with you”, è la conclusione di “The Stars Shine In The Sky Tonight”. Hombre Lobo, pubblicato dall’inizio del mese di giugno del 2009. Un disco irsuto, e non solo per la barba sfoggiata sin dalla copertina in stile scatola di sigari: Hombre Lobo suona ruvido e schietto come un nuovo Shotenanny!, fin dal blues dall’impronta quasi springsteeniana  con cui “Prizefighter” apre le danze, passando per le fantasie in punta di arpeggi di “In My Dreams”. Non a caso, l’album è stato composto e registrato interamente in un pugno di settimane nello scantinato di casa Everett, con il senso di immediatezza di un live e con l’ausilio dei soli Knuckles alla batteria e Kool G Murder al basso (con cui E ha firmato a quattro mani buona parte dei brani). A soli sei mesi di distanza da Hombre Lobo, E si ripresenta con il disco più solitario e cantautorale della sua carriera, End Times. Mai come stavolta, l’etichetta Eels finisce per coincidere con il semplice nom de plume  di Mark Oliver Everett: chiuso nel suo scantinato losangeleno (“OneHitsville, U.S.A.”, come l’ha ribattezzato…), l’uomo chiamato E riprende in mano il suo vecchio registratore a quattro tracce e si mette a suonare canzoni nude, intime, sofferte. Il punto di partenza di End Times è lo stesso su cui si chiudeva Hombre Lobo: il desiderio, “la scintilla che accende ogni cosa”. La voce di E sembra emergere dall’ombra, mormorando sul chiaroscuro appena arpeggiato di “The Beginning”: è un abbraccio che vuole allontanare il gelo, una fessura di luce che filtra dalla finestra. Lei indossa un abito da sera, lui sfiora le sue labbra. La purezza di ogni inizio è la corrispondenza, l’esperienza che il desiderio possa compiersi davvero. “Everything was beautiful and free / In the beginning”. Ma quando la realtà tradisce la promessa, quando la vita contraddice l’attesa, tutto sembra dissolversi in un istante. “That’s gone, man, gone”, annuncia subito il blues dall’accento dylaniano di “Gone Man”. Sembrano rimanere solo il rimpianto e l’abbandono. Svegliarsi nel cuore della notte senza nessuno accanto, parlare con il proprio cane per ricordarsi di essere ancora vivi. Fardelli che il tempo rende sempre più difficili da portare: “In my younger days / This wouldn’t have been so hard”. Ma lo sfarfallio di “In My Younger Days” svanisce sullo sfondo come una fotografia ingiallita. “Qui giace un uomo che voleva soltanto rimanere solo”, è l’amaro epitaffio amaro che E immagina per la propria lapide. Baluginii di chitarra, sfumature di organo e tastiere: il senso di déjà vu è dietro l’angolo. Un effetto quasi inevitabile, del resto, con canzoni così essenziali come quelle di End Times. Ma è con l’uscita dell’ultima parte del trittico, Tomorrow Morning, nell’estate del 2010, che tutto assume una nuova prospettiva.
Ci pensa lo stesso E a tracciare il riassunto delle puntate precedenti: “Hombre Lobo è il prima, la fame che dà inizio a ogni cosa. End Times rappresenta il dopo, e come fare i conti con le conseguenze. Tomorrow Morning è lo sbocciare di una nuova possibilità, la speranza che giunge a compimento”. Fin dal titolo, insomma, il nuovo disco degli Eels getta una luce diversa sui diretti predecessori: “L’accostamento a Tomorrow Morning”, spiega sempre E, “cambia il significato del titolo di End Times: come potrebbe essere davvero la fine se domani c’è un nuovo mattino?”.Ogni nuovo giorno che inizia può essere il più grande, sussurra E nell’aria sospesa e carica di promessa di “The Morning”Qualcuno dice che in un viaggio non conti tanto la mèta, quanto la strada per raggiungerla: ma prima o poi arriva un momento in cui diventa chiaro che è proprio il punto d’arrivo a dare senso al cammino. “I went about my way, unsteady and afraid / How could I know I was headed for this day?”. “I’m A Hummingbird” è il riverbero di un sospiro rapito dal vento, è l’ode soffusa di chi ha ancora gli occhi per riconoscere la bellezza anche attraverso le lacrime. “It was all worth it / To be here now”. Nulla è destinato ad andare perduto. Gli Eels hanno ormai sintetizzato alla perfezione quel suono a metà strada tra Beck ed Elliott Smith  (non a caso, gli altri due più geniali protagonisti della Los Angeles degli anni Novanta) che è diventato il loro vero e proprio marchio di fabbrica. Non è una musica che vuole inseguire le mode del momento, la loro, ma non è neppure una musica “difficile”: non ha pretese rivoluzionarie, eppure riesce a trovare una freschezza inconfondibile. Il suo segreto è la capacità di far vibrare le corde del cuore nella loro misteriosa alchimia: impossibile carpirne la formula magica. “Chiedersi che cosa cerchi nella musica è come chiedersi che cosa cerchi in un tramonto: quella indefinibile cosa che lo rende speciale”, riflette E.
Eppure, l’uomo chiamato E non cessa di dichiararsi perennemente insoddisfatto del proprio lavoro, nell’infinita ed ossessiva ricerca di un continuo superamento di sé stesso. In fondo, è il minimo che ci si possa aspettare dal figlio di uno scienziato che ha dedicato la propria ricerca alla teoria degli universi paralleli: “mio padre era un genio, io sono solo un grande lavoratore”, sostiene E. “Vivo la ‘Many Albums Theory’: è per questo che non ho il tempo per pensare a cosa devo indossare la mattina”: chissà che la vera missione degli Eels non sia proprio quella di scrivere abbastanza canzoni da poter raggiungere tutti i misteriosi mondi teorizzati da Hugh Everett III…
E stasera, ti prego E.: Hombre Loco (Beginner’s Luck, Prizefighter, Lilac Breeze, That look you gave that guy, Fresh Blood, Ordinary Men)…Last stop, this town…P.S.: You Rock My world.
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