Archive for Musica

Sigur Rós – Viðrar vel til loftárása

 

 

 

 

Viðrar vel til loftárása

Ég læt mig líða áfram
í gegnum hausinn
hugsa hálfa leið
afturábak
Sé sjálfan mig syngja fagnaðarerindið
sem við sömdum saman
Við áttum okkur draum
áttum allt
við riðum heimsendi
við riðum leitandi
klifruðum skýjakljúfa
sem síðar sprungu upp
friðurinn úti
ég lek jafnvægi
dett niður
alger þögn
ekkert svar
En það besta sem guð hefur skapað
er nýr dagur.

TEMPO BUONO PER GLI ATTACCHI AEREI

Mi sono lasciato andare alla deriva
attraversandomi la testa
e penso d’essere a metà strada,
sono in anticipo.
Guardami cantare l’inno
che scrivevamo assieme,
avevamo un sogno,
volavamo alla fine del mondo.
Volavamo cercando
dei grattacieli altissimi,
ma quelli esplodevano dopo.
La pace era andata via,
e io mi tolgo da un equilibro
che sta crollando,
e mi lascio andare alla deriva
attraversandomi la testa
e torno sempre allo stesso posto
silenzio totale
nessuna risposta
ma la cosa migliore che Dio abbia creato
è un nuovo giorno.

Valentina Dorme

Mi sono innamorata di te

Di così – Brunori Sas

“Che cos’è quest’ansia che mangia la pancia. Che cos’è che manca?!?”

Non è utile…

…chiudersi a riccio davanti alle difficoltà.

Quello che voglio è viverla meglio…di così

The Eels

Attimi. Richiami. Istinto. Da bambini corriamo, in modo atavico, verso quello che più ci attrae. E così un giorno ‘E’ corre verso una batteria giocattolo in un garage sale. E nel 1996 è pronto il primo album degli Eels per fare il suo ingresso nei negozi di dischi. Il titolo è Beautiful Freak e in copertina c’è una bambina carponi dai lunghi capelli neri e dagli occhi così follemente grandi da occuparle quasi tutto il viso: un mostro, certo, ma di una tenerezza cui è impossibile resistere. Album celebrazione dell’essere mostri, dell’essere mostri disadattati ma capaci di continuare a sorridere nonostante si sentano fuori posto . Come non ritrovarmi in questo album? La voce di E, roca e polverosa come quella di un vecchio bluesman  reincarnatosi nel bel mezzo della “X Generation”, decreta che la vita è dura e che c’è bisogno di qualcosa per non morire: novocaina per l’anima, qualcosa per anestetizzare la vertigine di quei desideri che si spalancano come un pozzo senza fondo. Rispetto ai dischi solisti di E, in Beautiful Freak è soprattutto l’eclettica schiettezza degli arrangiamenti a stupire. Le chitarre di “Rags To Rags”, “Not Ready Yet” e “Mental” suonano piene e sferzanti come quelle dei Flaming Lips o dei Pavement, ma hanno ben poco a che vedere con la spigolosità del grunge imperante. I groove rotondi del basso e il drumming  dall’incedere indolente di brani come “Your Lucky Day In Hell” fanno pensare più alla giocosità pop dei Cake che non all’intellettualismo dei post-rocker emergenti, mentre il ricorso a un’elettronica dal sapore vintage è sempre filtrato da una sensibilità distante anni luce dalla club culture. E anche quando l’atmosfera si ammanta di una dolcezza da ninnananna, come nella title track o nel congedo di “Manchild”, non manca mai la voglia di sorprendere. Quando ti trovi a dover fare i conti con la morte delle persone che ami, le chiacchiere non servono a nulla: quello che conta è soltanto l’esperienza. Le nuove canzoni di E, destinate a comporre i tasselli del capolavoro degli Eels, Electro-Shock Blues, non sono riflessioni astratte sul significato della morte: sono tracce di esperienza di un uomo di fronte alla drammaticità dell’esistenza. Un uomo che solo la catarsi della musica riesce a salvare dal baratro.  “Svegliarsi è più difficile quando vuoi morire”! In Daisies Of The Galaxy spicca subito la sostanziale omogeneità di atmosfera, che alterna ballate acustiche dolcemente orchestrali a incalzanti giri di basso, come quelli di “Flyswatter”, “The Sound Of Fear” e “Mr. E’s Beautiful Blues”. Le volute degli archi, arrangiati da Jim Lang, conferiscono alle composizioni degli Eels un’eleganza cantautorale che rimanda direttamente allo stile raffinato e pungente di Randy Newman: “Siamo entrambi persone a cui piace rovinare belle canzoni mettendoci un verso che impedirebbe a Céline Dion di farne una cover”, scherza E in proposito.  Siamo nell’estate del 2003. Il titolo, come di consueto, è all’altezza dello spirito beffardo di E: Shootenanny! è infatti un delirante neologismo che, prendendo spunto dal termine “hootenanny” (con cui i folksinger  degli anni Sessanta amavano definire i loro raduni), vorrebbe indicare, stando alle parole di E, “a social gathering at which participants engage in folk singing and sometimes dancing, but mostly the shooting of guns”… Per chi ha conosciuto gli Eels come fautori di una musica fatta di malinconia acustica e di sample arguti, l’impatto di Souljacker  è straniante: fin dalle prime note del disco, infatti, a dominare la scena è il suono distorto di chitarre elettriche abrasive e squadrate, che culminano negli spigoli del singolo “Souljacker Part I”, accompagnato da un video girato da Wim Wenders in un vecchio carcere abbandonato di Berlino Est. Esce una vera e propria enciclopedia eelsiana: i due cd di Blinking Lights And Other Revelations. Ci sono i classici accordi di chitarra acustica, fatti apposta per accarezzare la ruvida voce di Mr. E nei suoi più intimi sussurri. Ci sono le inconfondibili giostre indie-pop di cui gli Eels sono sempre stati maestri, piene di voci filtrate, tastiere allegramente vintage, rintocchi di batteria e giocattoli elettronici, con persino una escursione dalle parti di Beautiful Freak  in “Sweet Li’l Thing”. E ci sono le ballate pianistiche alla Randy Newman, il cui campionario è stavolta migliore che mai, dalla vecchia “Suicide Life” a “The Stars Shine In The Sky Tonight”. Quella alla base di Blinking Lights And Other Revelations  è un’intuizione semplice e perfetta: la vita funziona proprio come le luci intermittenti del titolo, è fatta di un incessante alternarsi di momenti in cui ogni cosa sembra svelare il suo significato e di momenti in cui tutto sembra ripiombare nell’oscurità. L’unica cosa che conta è rimanere attaccati a quegli istanti di rivelazione, lasciando che diventino la strada da seguire. Non bastano i sogni, a sostenere la vita. Il guaio con i sogni, ammoniscono gli Eels in “Trouble With Dreams”, è che non si realizzano, e quando si avverano ormai non possono più raggiungerti. Piuttosto, è l’aspirazione a un luogo a cui appartenere che può riaprire il cuore alla realtà: un luogo dove lasciare che l’acqua lavi ogni menzogna, come canta E nella fluttuante e soffusa “In The Yard, Behind The Church”. Allora la vita ritrova la sua verità e puoi dire finalmente, come in “Hey Man (Now You’re Really Living)”, di “stare davvero vivendo”, sia quando ti ritrovi disteso sul pavimento a gridare fino a quando non ce la fai più, sia quando sei innamorato di una ragazza che ti fa sentire come se il mondo non fosse cattivo. Solo così il destino può diventare una strada da percorrere, e non più una maledizione incombente: “It’s not where you’re coming from, it’s where you’re going to / And I just wanna go with you”, è la conclusione di “The Stars Shine In The Sky Tonight”. Hombre Lobo, pubblicato dall’inizio del mese di giugno del 2009. Un disco irsuto, e non solo per la barba sfoggiata sin dalla copertina in stile scatola di sigari: Hombre Lobo suona ruvido e schietto come un nuovo Shotenanny!, fin dal blues dall’impronta quasi springsteeniana  con cui “Prizefighter” apre le danze, passando per le fantasie in punta di arpeggi di “In My Dreams”. Non a caso, l’album è stato composto e registrato interamente in un pugno di settimane nello scantinato di casa Everett, con il senso di immediatezza di un live e con l’ausilio dei soli Knuckles alla batteria e Kool G Murder al basso (con cui E ha firmato a quattro mani buona parte dei brani). A soli sei mesi di distanza da Hombre Lobo, E si ripresenta con il disco più solitario e cantautorale della sua carriera, End Times. Mai come stavolta, l’etichetta Eels finisce per coincidere con il semplice nom de plume  di Mark Oliver Everett: chiuso nel suo scantinato losangeleno (“OneHitsville, U.S.A.”, come l’ha ribattezzato…), l’uomo chiamato E riprende in mano il suo vecchio registratore a quattro tracce e si mette a suonare canzoni nude, intime, sofferte. Il punto di partenza di End Times è lo stesso su cui si chiudeva Hombre Lobo: il desiderio, “la scintilla che accende ogni cosa”. La voce di E sembra emergere dall’ombra, mormorando sul chiaroscuro appena arpeggiato di “The Beginning”: è un abbraccio che vuole allontanare il gelo, una fessura di luce che filtra dalla finestra. Lei indossa un abito da sera, lui sfiora le sue labbra. La purezza di ogni inizio è la corrispondenza, l’esperienza che il desiderio possa compiersi davvero. “Everything was beautiful and free / In the beginning”. Ma quando la realtà tradisce la promessa, quando la vita contraddice l’attesa, tutto sembra dissolversi in un istante. “That’s gone, man, gone”, annuncia subito il blues dall’accento dylaniano di “Gone Man”. Sembrano rimanere solo il rimpianto e l’abbandono. Svegliarsi nel cuore della notte senza nessuno accanto, parlare con il proprio cane per ricordarsi di essere ancora vivi. Fardelli che il tempo rende sempre più difficili da portare: “In my younger days / This wouldn’t have been so hard”. Ma lo sfarfallio di “In My Younger Days” svanisce sullo sfondo come una fotografia ingiallita. “Qui giace un uomo che voleva soltanto rimanere solo”, è l’amaro epitaffio amaro che E immagina per la propria lapide. Baluginii di chitarra, sfumature di organo e tastiere: il senso di déjà vu è dietro l’angolo. Un effetto quasi inevitabile, del resto, con canzoni così essenziali come quelle di End Times. Ma è con l’uscita dell’ultima parte del trittico, Tomorrow Morning, nell’estate del 2010, che tutto assume una nuova prospettiva.
Ci pensa lo stesso E a tracciare il riassunto delle puntate precedenti: “Hombre Lobo è il prima, la fame che dà inizio a ogni cosa. End Times rappresenta il dopo, e come fare i conti con le conseguenze. Tomorrow Morning è lo sbocciare di una nuova possibilità, la speranza che giunge a compimento”. Fin dal titolo, insomma, il nuovo disco degli Eels getta una luce diversa sui diretti predecessori: “L’accostamento a Tomorrow Morning”, spiega sempre E, “cambia il significato del titolo di End Times: come potrebbe essere davvero la fine se domani c’è un nuovo mattino?”.Ogni nuovo giorno che inizia può essere il più grande, sussurra E nell’aria sospesa e carica di promessa di “The Morning”Qualcuno dice che in un viaggio non conti tanto la mèta, quanto la strada per raggiungerla: ma prima o poi arriva un momento in cui diventa chiaro che è proprio il punto d’arrivo a dare senso al cammino. “I went about my way, unsteady and afraid / How could I know I was headed for this day?”. “I’m A Hummingbird” è il riverbero di un sospiro rapito dal vento, è l’ode soffusa di chi ha ancora gli occhi per riconoscere la bellezza anche attraverso le lacrime. “It was all worth it / To be here now”. Nulla è destinato ad andare perduto. Gli Eels hanno ormai sintetizzato alla perfezione quel suono a metà strada tra Beck ed Elliott Smith  (non a caso, gli altri due più geniali protagonisti della Los Angeles degli anni Novanta) che è diventato il loro vero e proprio marchio di fabbrica. Non è una musica che vuole inseguire le mode del momento, la loro, ma non è neppure una musica “difficile”: non ha pretese rivoluzionarie, eppure riesce a trovare una freschezza inconfondibile. Il suo segreto è la capacità di far vibrare le corde del cuore nella loro misteriosa alchimia: impossibile carpirne la formula magica. “Chiedersi che cosa cerchi nella musica è come chiedersi che cosa cerchi in un tramonto: quella indefinibile cosa che lo rende speciale”, riflette E.
Eppure, l’uomo chiamato E non cessa di dichiararsi perennemente insoddisfatto del proprio lavoro, nell’infinita ed ossessiva ricerca di un continuo superamento di sé stesso. In fondo, è il minimo che ci si possa aspettare dal figlio di uno scienziato che ha dedicato la propria ricerca alla teoria degli universi paralleli: “mio padre era un genio, io sono solo un grande lavoratore”, sostiene E. “Vivo la ‘Many Albums Theory’: è per questo che non ho il tempo per pensare a cosa devo indossare la mattina”: chissà che la vera missione degli Eels non sia proprio quella di scrivere abbastanza canzoni da poter raggiungere tutti i misteriosi mondi teorizzati da Hugh Everett III…
E stasera, ti prego E.: Hombre Loco (Beginner’s Luck, Prizefighter, Lilac Breeze, That look you gave that guy, Fresh Blood, Ordinary Men)…Last stop, this town…P.S.: You Rock My world.

Gianfranco Franchi – Radiohead. A kid.

— I CAN’T

ossesione di perdere chi si ama…essere jao e Otello insieme enllo stesso momento.E’ l’infido strano strisciante subconscio che parla…rabbia, frustrazine, senso di impotenza…sentirsi in gabbia.scopofobia, paura degli sguardi degli altri …perchè nessuno veda ciò che si è, ciò che si è diventati. Terribile essere nudi quando si ha paura di finire disentegrati da uno sguardo perchè da quello sguardo si dipende.

La sola possibilità di aver fatto male alla persona che ami, scaricandole addosso le paranoie e gli ingiusti sospetti…

–HIGH&DRY

espressione idiomatica che si adotta per indicare le navi in secca.

Alice in Chains

Voce unica quella di Layne Staley, composizioni fantastiche di Jerry Cantrell..GLi Alice in Chains nascono nel 1987 sulla scena grunge di Seattle. Se in quel periodo i Nirvana si muovono su coordinate vicine al punk più metallico, se i Soundgarden viaggiano tra i Black Sabbath e i Led Zeppelin, se i Mudhoney provengono direttamente dall’hardcore, gli Alice In Chains iniziano a creare una forma più legata a certi canoni del metal mainstream, esasperandone i lati più claustrofobici, spesso rallentando il beat, e inasprendola con toni cupissimi, che si rifanno a una certa tradizione dark. Il gruppo modella via via il proprio suono attorno alle doti vocali di mr. Staley, ugola dal timbro più unico che raro e in grado di stupire pur senza avere una estensione fuori dal comune né una tecnica particolarmente curata.

Nel 1990 avviene l’esordio con l’LP Facelift… con la sincopata ed epica “Man In The Box” (per persone troppo sensibili e incapaci di adattarsi al mondo:”I’m a man in the box/ buried in my pit/ won’t you come and save me?”); con la lunga, onirica, pesantissima “Love, Hate, Love”, nella quale, su un tempo davvero prossimo alla stasi, un sinistro arpeggio e un cantato funereo raccontano parole di sconsolazione, solitudine e ira, per esplodere nel finale in un urlo che anziché essere liberatorio implode su sé stesso, lasciando un senso di angoscia mortale. Nel 1992 esce il capolavoro Dirt!!! Dirt si apre così, afferrando l’ascoltatore per la gola e scaraventandolo in un abisso di decadente, morbosa metallicità, di inaudita violenza psicologica e sonora, si apre con un inno sofferente e sconvolto che si chiama “Them Bones”. E’ “Down In A Hole”, ballata apocalittica dove l’intreccio tra le due voci di Cantrell e Staley raggiunge l’apice del pathos: “Bury me softly in this womb” è la preghiera iniziale, “I’ve eaten the sun and my tongue has been burnt of the taste” è l’ammissione di colpa di un uomo desolato davanti al proprio destino. Cinque minuti di melodie dolcissime e muri di chitarre: un capolavoro. Il disco potrebbe chiudersi qui, ma in coda gli Alice hanno voluto mettere un brano di composizione anteriore a quella di tutti gli altri, già noto al pubblico perché usato nella colonna sonora del film “Singles” di Crowe uscito l’anno precedente, e dal sicuro impatto melodico; “Would?” è la chiosa al disfacimento precendente, la definitiva dichiarazione di resa anche laddove ci fosse volontà di riscatto, perché la solitudine impedisce la guarigione (“If I would, could you?”).

NEl 1994 esce Jar Of Flies ed è, forse, il miglior disco del quartetto, anche se lontano anni luce dalla dimensione più congeniale al gruppo, quella del muro di chitarre distorte. Sette tracce molte delle quali di ineguagliata brillantezza, dal blues malato dell’opener “Rotten Apple”, bellissima nel suo indolente incedere onirico, all’intimismo acustico del capolavoro “Nutshell” (quattro minuti di pura poesia musicale, un giro in tre battute composto unicamente di due accordi – mi minore e do, un assolo memorabile nel finale, e un testo da brividi: “My gift of self is praved/ My privacy is raped/ And yet I find repeating in my head/ if I can’t be my own I’d feel better dead”), dall’epica e fiabesca “I Stay Away”, vagamente reminiscente di certe sonorità prog, al perfetto pop decadente di “No Excuses”, dalla malinconia country sfociante nel gospel di “Don’t Follow” alla divertita “Swing On This” (unico episodio forse inutile del lavoro), con in più un ricamo strumentale (“Whale & Wasp”) in cui le chitarre di Cantrell sembrano dipingere un tramonto. Il marchio di fabbrica è sempre di più la tecnica di “sedimentazione” di più incisioni vocali, a volte divise tra Staley e Cantrell (“No Excuses”), sempre più spesso opera del solo Layne, che sovraincide su intervalli sovente inusuali tre-quattro tracce di canto, rendendo inconfondibile il sound d’insieme. In questo modo è molto più difficile far valere le proprie doti intepretative (che comunque sono evidenti nei brani meno elaborati in tal senso, come “Nutshell” o il finale di “Don’t Follow”), ma l’effetto di alienazione e stordimento è estremizzato alle massime conseguenze, e su brani costruiti su armonie e arrangiamenti abbastanza convenzionali il risultato è quantomeno inusuale. Le voci sovraincise di Staley sono le voci di tre, cento, mille uomini tutti uguali e arresisi alle proprie paure, un gospel di fine millennio; è un disperato canto di schiavi moderni.

Quando i problemi di tossicodipendenza del cantante sembrano farsi sempre più seri e lo scioglimento diventa un’ipotesi plausibile esce, nel 1995, Alice in Chains. E’ un disco claustrofobico, sperimentale (nella scrittura più che nei suoni, vicini invece al classico muro chitarristico del gruppo ma in generale con minor impatto rispetto a Dirt, soprattutto nel missaggio dei suoni di batteria), se possibile ancora più cupo del predecessore. Viene abbandonato qualsiasi rimasuglio di riferimenti al blues, e si avvicinano invece influenze “post”, anche se è sempre l’hard-rock a farla da padrone. Se musicalmente l’album è leggermente inferiore alle attese, pur non mancando alcuni brani di ottimo livello (l’opener “Grind”, ancora una volta giocata sui toni epici cari al gruppo; la ballata elettrica “Shame In You”, forte di un emozionante giro melodico e di piacevoli invenzioni chitarristiche di Cantrell; “Sludge Factory”, granitica e subito classica; la lunga “Frogs”, con una interminabile, caracollante coda psichedelica, il singolo “Again” e la sbilenca “God Am”), e se a livello vocale l’interpretazione di Staley non può più dirsi all’altezza del passato (l’affaticamento è evidente, ed è solo parzialmente mascherato dal solito mare di sovraincisioni vocali – invero ancora molto suggestive, stranianti e particolari, ma sempre più un palliativo per sopperire alle difficoltà di reggere melodie impegnative), sono i testi questa volta a brillare di luce propria: la maturazione compositiva di Staley è completa e lo rende capace di versi in cui, senza abbandonare rime e metrica, concetti e vocaboli raggiungono profondità notevolissime, tra sconsolate imprecazioni (“Dear god, how have you been, then? I’m not fine, fuck pretending/ all of this death you’re sending/ best throw some free heart mending/ Invite you in my heart, then/ when done, my sins forgiven?/ This god of mine relaxes/ world dies I still pay taxes” – “God Am”) e riflessioni amare sulla propria solitudine (“What does friend mean to you?/ a word so wrongfully abused/ are you like me, confused? All included but you alone” – “Frogs”). Cerca poi di farsi largo anche Jerry Cantrell, che canta interamente un pezzo (l’inutile “Heaven Beside You”) e regge le parti vocali principali di altri due (“Grind” e la conclusive “Over Now”); la differenza di carisma è però impietosa con il chitarrista, e prova ne saranno i suoi due lavori solisti usciti qualche anno dopo, che nonostante alcune buoni intuizioni musicali – seppur debitrici di un sound d’insieme ormai piuttosto datato – mostreranno la corda proprio sulle interpretazioni vocali, rendendo i due album pressoché inutili.

Dopo sei anni di voci sul suo stato di salute, Layne Staley viene trovato morto per overdose nella sua casa di Seattle il 19 aprile 2002. Vegetava da mesi in completa solitudine. Il suo corpo viene scoperto a circa venti giorni dal decesso. Un’uscita di scena triste e misera, lontana dalla platealità dell’ultimo disperato gesto dell’altra (e più conosciuta) icona di Seattle, conclusione amaramente già scritta di una vita disperata e (troppo) sincera.

Se da sempre sono ritenuti inimmaginabili i Pearl Jam senza la presenza istrionica di Eddie Vedder, o i Soundgarden senza la voce di Chris Cornell, gli Alice In Chains dimostrano oggi di poter degnamente sopravvivere anche privi dell’icona luciferina Layne Staley, grazie al privilegio di poter schierare nella propria formazione un altro fuoriclasse del calibro di Jerry Cantrell, il principale compositore del gruppo, oltre che abile cantante e chitarrista.
La band torna così in scena a 14 anni dall’ultimo lavoro in studio. Riprendendo il proprio percorso esattamente dove era stato interrotto, con gli stessi sapori e umori, come se il tempo si fosse fermato. E lo prosegue egregiamente, con la conferma alla sezione ritmica di Sean Kinney (batteria) e Mike Inez (basso), e con l’impalpabile new entry di William DuWall.
Black Gives Way To Blue (2009) è un nuovo inizio sul quale già dalle prime note dell’iniziale “All Secrets Known” aleggia lo spirito di Layne Staley, tanto da sembrare lui a cantarne l’incipit.

Fonte: OndaRock

Velvet – Il mondo è fuori

Marlene Kuntz – La canzone che scrivo per te

Vorrei non fosse così, ma non so come provare diversamente

Non c’è contatto di mucosa con mucosa
eppur mi infetto di te,
che arrivi e porti desideri e capogiri
in versi appassionati e indirizzati a me;

e porgi in dono la tua essenza misteriosa,
che fu un brillio fugace qualche notte fa;
e fanno presto a farsi vivi i miei sospiri
che alle pareti vanno a dire “ti vorrei qua”.

Questa è la canzone che scrivo per te:
l’ho promessa ed eccola.
Riesci a scorgerti? Sì che ci sei,
prima che ti conoscessi.

(Ora ho il tuo splendido sorriso da succhiare:
sfavilla di felicità.
L’osservo su dalla tua fronte vanitosa
che ai miei baci ha chiesto la priorità)

Pure frigid waters from these eyes that always miss you
Nothing but violence from my empty gun
I’m using silver to light up these blackheart faces
blinding your fingers with my skin that burns for you

Questa è la canzone che scrivo per te:
l’ho promessa ed eccola.
Riesci a scorgerti? Sì che ci sei,
proprio mentre ti conosco.

This song is for me
I listen like I promised you
I can see me in your words from hell
that you write for me

E ho le tue mani da lasciarmi accarezzare il cuore
immune da difese che non servono.

Ma ora ho in testa il viso di qualcuno più speciale di me,
che sa cantare ma ha più stemmi da lustrare di me…e questo è il tuo svago.
Per quel che mi riguarda sei un continente obliato.
Per quel che ho visto in fondo mi è piaciuto.

Don’t, don’t tell me. What you want from me
No, don’t tell me. I don’t wanna hear. Don’t tell me

Questa è la canzone che scrivo per te:
l’ho promessa ed eccola.
Riesci a scorgerti? Non ci sei più,
dopo che ti ho conosciuta

Dana Fuchs – The Dana Fuchs Band – Strung out


I woke up to the sounds of breaking glass
Tried to remember where I was last
Blood on my hands none in my veins
I went back to the avenue to do it again

I kept on telling myself I must be doing alright
Somehow I’d made it to another night
Then I saw you standing there
Well suddenly I didn’t care about anything

Chorus:
I’m so strung out on you
There’s nothing left of me
But the life I took from the air you breathed
I’m so strung out on you
There’s nothing left of me
But the life I lost and a memory of you

I was running from my hunger to find what I craved
Felt myself going under but I wasn’t afraid
Starving to taste the sight of you
So weak that I knew I might not ever get to

[Chorus]

I went searching for the soul that led me here
Tried to find some faith in all this fear
And there you were still standing there
well nothing matters – I just don’t care

[Chorus]

I woke up to the sounds of breaking glass
Trying to remember what happened last
There was blood on my hands but I was feeling no pain
So I went right on back to the avenue to it again
And again

———————-

« Previous entries